News11/03/2026

“Sesso debole a chi?”

“Sesso debole a chi?”

Al via il progetto di empowerment femminile con il patrocinio del comune di Brescia

 

Tre corsi gratuiti per rafforzare autonomia, consapevolezza e autodifesa delle donne. Questo in breve il programma di Sesso debole a chi?, progetto di empowerment femminile promosso dall’associazione Safe Woman con il finanziamento della Fondazione Fioletti e il patrocinio del Comune di Brescia – Assessorato allo Sport, che si volgerà tra marzo e giugno 2026. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che il genere non sia esclusivamente una dimensione biologica, ma una costruzione culturale e sociale plasmata da stereotipi che, nel corso della storia, hanno semplificato e distorto la realtà, generando disuguaglianze profonde. Tali disuguaglianze possono diventare terreno fertile per la violenza, in particolare laddove si instaurano asimmetrie di potere che relegano la donna in una posizione di presunta debolezza. L’espressione sesso debole non descrive dunque un dato oggettivo, ma un pregiudizio culturale che ha storicamente limitato la libertà e l’emancipazione femminile. È proprio da questo presupposto che il progetto intende partire per restituire alle donne strumenti concreti di autonomia e consapevolezza.

Il progetto si articola in tre corsi da 10 ore ciascuno, tra marzo e giugno 2026. Ad ogni corso potranno partecipare fino a 150 donne. Gli incontri, della durata di un’ora, si terranno con cadenza settimanale il martedì, dalle 18 alle 19, alla palestra Francesco Lana di via Zadei 76 e il giovedì, dalle 17.30 alle 18.30 e dalle 18.30 alle 19.30, alla palestra Alessandro Volta di via Panigada 6, a partire da giovedì 19 marzo. Il percorso è gratuito e aperto a tutte le donne. Per garantire la massima accessibilità, sono state scelte sedi situate in due aree diverse della città e orari di tardo pomeriggio e prima serata, così da conciliarsi con gli impegni lavorativi e familiari delle
partecipanti.

L’iniziativa combina moduli di formazione teorica con un corso di autodifesa. Non ci si limita a trasmettere metodi e sequenze di risposta, ma si lavora su un livello più profondo: il diritto di usare il proprio corpo per proteggersi. Spesso, infatti, l’ostacolo non è la mancanza di capacità, ma un condizionamento culturale che ha abituato le donne alla rinuncia e alla sottomissione. Reagire,
mantenere lo sguardo, occupare il proprio spazio diventano allora atti che vanno ben oltre il gesto fisico: sono pratiche di riappropriazione, capaci di trasformare il modo di stare nel mondo, la postura, la voce, le relazioni. Una donna che sente di poter agire è meno manipolabile e meno immobilizzabile dalla paura. In questo senso, l’autodifesa non è mai colpevolizzante: non dice alle
donne che devono proteggersi meglio, ma afferma qualcosa di più radicale: i loro corpi non sono nati per essere controllati o violati. La violenza perde potere nel momento in cui incontra chi non accetta più di essere solo un bersaglio Il programma si sviluppa attraverso due moduli tematici. Il primo,La violenza che non si vede, è dedicato alla comprensione degli stereotipi di genere, delle disuguaglianze strutturali e delle diverse forme di violenza di genere, anche quelle meno visibili e più difficili da riconoscere. Il secondo, Corpo e agency, è focalizzato sul rapporto tra corpo, identità e autodeterminazione, con particolare attenzione allo sviluppo della sicurezza personale attraverso la pratica dell’autodifesa. L’obiettivo complessivo è fornire alle partecipanti strumenti pratici e culturali per affrontare situazioni di rischio, promuovendo sicurezza, autonomia e benessere.

 

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